San Marino. In margine al discorso papale alla 50 Settimana Sociale dei Cattolici italiani…di don Gabriele Mangiarotti

 Penso che chi ha partecipato, da parte della nostra Diocesi, alla Settimana Sociale che si è tenuta a Trieste in questi giorni possa, con più agio e competenza, rendere conto di quanto ivi accaduto.

Per parte mia mi fermo ad alcune osservazioni del Papa nel suo intervento conclusivo, raccogliendo quella che per me è la sfida contenuta nelle sue parole.

Penso che se ne possa trarre un decalogo, rivolto non solo a coloro che sono impegnati in politica, ma a tutti coloro che hanno a cuore il bene comune.

Proviamo a ripercorrere e rileggere alcune di queste parole papali:

1.Parliamo «di una Chiesa sensibile alle trasformazioni della società e protesa a contribuire al bene comune». In questo contesto di cambiamento (ove molti parlano di «cambiamento d’epoca») la Chiesa, e quindi tutti i cristiani, hanno una responsabilità inequivocabile. La Lettera a Diogneto parla di un compito cui non ci si può sottrarre, pena il vivere da “disertori”.

2.«Oggi la democrazia … non gode di buona salute»: e sono tante le cause, dalla crisi della educazione all’invasione dei social che, come spesso raccontato, stravolgono la mentalità comune. Ma non possiamo dimenticare, credo, la crisi della stessa famiglia, come esperienza e come concezione, che perde la sua caratteristica di «principium urbis et quasi seminarium rei publicae» come ricordava Cicerone.

3.«L’atteggiamento della responsabilità nei confronti delle trasformazioni sociali è una chiamata rivolta a tutti i cristiani»: quante volte abbiamo sentito dire, anche da persone vicine nella fede, che non appartiene alla fede la responsabilità pubblica nei confronti della vita sociale, richiudendosi in una forma di intimismo che rifugge da quelle «battaglie» (mi pare che il Papa abbia a volte usato il termine di «lotta») per difendere quelli che sono ritenuti «principi irrinunciabili»!

4.«La cultura dello scarto disegna una città dove non c’è posto per i poveri, i nascituri, le persone fragili, i malati, i bambini, le donne, i giovani, i vecchi»: quante volte è risuonata questa parole «cultura dello scarto»! e quante volte abbiamo sentito il grido di Madre Teresa di Calcutta che ha ricordato che l’aborto è il primo nemico della pace.

5.«È importante far emergere “l’apporto che il cristianesimo può fornire oggi allo sviluppo culturale e sociale europeo nell’ambito di una corretta relazione fra religione e società”»: siamo tutti impegnati nel comprendere che cosa significhi, per la nostra realtà (italiana e sammarinese) l’essere parte dell’Europa. E non possiamo dimenticare che il volto di questa realtà è stato delineato dai cattolici Schuman, De Gasperi e Adenauer. Per una Europa dei popoli e non della finanza. Per una Europa del diritto e non dei «diritti», così spesso nemici della dignità stessa dell’uomo, della donna, della vita e della famiglia.

6.«E cosa c’è dietro questo prendere distanze dalla realtà sociale? C’è l’indifferenza, e l’indifferenza è un cancro della democrazia, un non partecipare»: la Chiesa ha sempre insegnato che la sua Dottrina Sociale non è qualcosa di riservato a specialisti e a intellettuali, ma fa parte del suo impegno pastorale e deve essere luce e guida prima di tutto per ogni cristiano, e costituire uno spazio di confronto per tutti gli uomini «di buona volontà».

7.Mi rivolgo «agli amministratori che favoriscono la natalità, il lavoro, la scuola, i servizi educativi, le case accessibili, la mobilità per tutti, l’integrazione dei migranti»: è chiaro l’orizzonte dell’impegno politico, nel superamento di interessi di bottega e particolarismi settari.

8.«Come cattolici, in questo orizzonte, non possiamo accontentarci di una fede marginale, o privata. Ciò significa non tanto di essere ascoltati, ma soprattutto avere il coraggio di fare proposte di giustizia e di pace nel dibattito pubblico. Abbiamo qualcosa da dire…»: non si tratta di fare una «scelta religiosa», rifugiandosi nel privato delle proprie coscienze o nello sforzo di dare il buon esempio. La fede deve diventare cultura, ha ricordato Giovanni Paolo II. E la parola «coraggio» usata da Papa Francesco ci stimola a una presenza instancabile e tenace, un pò come quell’«opportune et importune» così caro al Vescovo Negri.

9.«Perché non rilanciare, sostenere e moltiplicare gli sforzi per una formazione sociale e politica che parta dai giovani? Perché non condividere la ricchezza dell’insegnamento sociale della Chiesa?»: non è scomparsa la Dottrina Sociale della Chiesa. Forse sono scomparsi coloro che la propongono, la insegnano e la vivono. So con certezza che questo insegnamento può aprire la strada e infiammare il cuore dei giovani. Basta avere l’intelligenza e il cuore di proporla nel suo autentico valore di aiuto alla felicità di tutti.

10.«Senza speranza, saremmo amministratori, equilibristi del presente e non profeti e costruttori del futuro»: è proprio il prossimo Anno Santo che rilancia il tema della speranza, per tutti i cristiani e per il mondo intero. Già Eraclito ricordava: «Se non spera non raggiungerà l’insperabile…». E la speranza è la virtù dei forti.

Come i dieci comandamenti, il Decalogo, queste parole di papa Francesco non sono una utopia, un sogno, che la realtà si incarica di sciogliere. Non sono illusione né oppio per sopportare la fatica della vita. Sono la condizione della autentica libertà. E per noi, che viviamo nella «Antica terra della libertà», sono anche il conforto per quello che nella nostra storia è accaduto e che l’indimenticabile visita di Benedetto XVI ha evocato e proposto.

don Gabriele Mangiarotti

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