Sinistra e destra. La pericolosa versione di Paolo Mieli … di Sergio Pizzolante

Sergio Pizzolante
Quando si passa vorticosamente da sinistra a destra e viceversa un pericolo incombe.
Quando la corsa è fra gli estremi c’è sempre un estremo più estremo dell’altro.
Rosso o nero che sia.
In Francia nell’arco di un mese vince, stravince, la destra erede di Vichy, poi la sinistra erede non dí Mitterrand, nemmeno di Marchais( nome per gli appassionati), ma emule di un Chavez o di un Che o di un nipotino di Fidel.
Siamo all’esproprio proletario.
Melenchon( 73 deputati su 577) vuole requisire le case degli altri, dare 1600 euro netti di base a tutti, andare tutti in pensione a 60 anni, bloccare i prezzi.
E lo vuole fare per decreto, ha detto, subito, senza voto, non è necessario, anche perché non ce l’ha i voti. Che importanza hanno i voti.
E dice a Macron, che ha preso più voti di lui, che ha più parlamentari di lui, che era suo alleato contro la destra, che deve abdicare, sottomettersi, sparire. Perché lui vuole comandare da solo, non vuole fare accordi, compromessi, con nessuno, lui.
E’ il manifesto di una dittatura. Nettamente.
Piace tanto a sinistra, anche in Italia.
I suoi erano andati in piazza della repubblica per preparare i moti contro la vittoria della destra, poi, caspita, hanno vinto pensavano, festa, poi hanno capito che non era così, non proprio, botte ai poliziotti, servi di Macron.
Mi ricordano molto le piazze italiane di fine primi anni venti del secolo scorso e fine primi anni 30 dello stesso secolo in Germania.
In chiave minore. Quasi in farsa.
Ma c’è una corrente di pensiero, alla Paolo Mieli, diciamo, questa: la sinistra di Melenchon ha vinto, adesso niente inciuci, perché altrimenti fra due anni vince la Le Pen.
Prende piede. Nei Talk soprattutto. Amano le lotte, la lite, il sangue, il fango. Che spettacolo sarebbe se si mettessero d’accordo Macron e Gluksmann?
Cioè, una alleanza al centro, centro sinistra, che potrebbe avere i voti, che potrebbe più facilmente trovare un compromesso programmatico rispetto alla totale inconciliabilità programmatica fra Melenchon e Gluksmann, sarebbe un volgare inciucio. Prodromo di un futuro successo del lepenismo.
Una balla colossale.
Secondo me è esattamente il contrario.
Fu il Biennio Rosso( 1919-1920, gli anni delle violenze di piazza), del massimalismo estremo, degli espropri proletari, dell’occupazione delle fabbriche e delle case e delle terre che portò al Biennio Nero. Poi al fascismo.
E’ il massimalismo che produce fascismo non il riformismo. Sempre.
Ma il massimalismo torna di moda.
Lo chiamano: “radicalita’”.
Espropriamo dice la Salis a reti unificate ormai.
Radicalita’ dice la Schlein coccolata dai suoi a Talk unificati.
Non siete “normali”, risponde Vannacci a reti unificate anch’esso.
Una farsa. Dicevamo.
Per fortuna i francesi hanno votato Macron e Gluksmann e gli inglesi Starmer.
Il riformismo produce civiltà.
Sergio Pizzolante
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